l a   m i a    m u s i c a

 

La mia musica è ispirata ai cantastorie italiani, menestrelli di ogni epoca, famosi o meno. Vuole allo stesso modo raccontare delle storie, belle o brutte che siano, a lieto fine o dai risvolti tragici e malinconici. Si muove tra stornelli da canzone popolare e personaggi d’altri tempi, tra la gioia e la rabbia, l’amore e la morte, tra demoni ed angeli, preti e banditi, tra accordi aperti e decisi e tappeti delicati di arpeggi.

La mia musica ama raccontare personaggi e luoghi, accompagnare le vicende della mia fantasia, dare un volto ed una voce a uomini mai vissuti. E così, a cavallo della chitarra, prendono vita tutte le mie storie, storie che la terra  forse conosce già. E' difficile infatti  narrarle qualcosa che non le abbia già camminato sopra, ma sono proprio i sentimenti che sai già provati da altri a far la bellezza della canzone da menestrello, a farle da sfondo e renderla vera anche nell’invenzione. Tutte le vicende dei miei brani sono già vissute probabilmente, seppure in altra forma sono già passate per il mondo, ma questo conta poco perché tutto torna. Quello che conta è invece il sentimento, qualunque esso sia, che cresce in proporzione all’immedesimazione nei personaggi, nella loro somiglianza a persone passate nella vita in carne ed ossa. Ed è con questo sentimento, con questa partecipazione, che io cerco di cantare e raccontare.

Oramai sono sette, otto anni che scrivo. Non saprei dire precisamente quando ho cominciato, ma avrò avuto suppergiù quindici anni o poco più, nel momento in cui sulla mia via sono rimasto invischiato ( e che bell’invischiamento! ) nelle sei corde. Il primo pezzo in assoluto che ricordo di aver scritto, accompagnato dalla semplicità di un do, di un fa ( quanti porcatroia e affini sul barrè! ) e di un sol ( ..forse un la minore che non guasta! ) fu in un’occasione non troppo felice: la morte del padre di un’amica di allora. “Dicevi è solo come un cane..stringevi il suo cappello rosso e blu..”. Sono solo queste le poche parole che ricordo a spartirsi quei tre o quattro accordi, e sarei ben felice di ritrovare un giorno quel quadernetto di prima liceo su cui la scrissi tutta intera. Beata e sacrosanta gioventù. E’così facile a quell’età assecondare il sogno di platee enormi di fronte ai tuoi occhi e di luci e di stelle sopra, è così facile sentirsi un Bob Dylan senza cappellaccio o un de Andrè senza sigaretta. E così ho cominciato a scrivere scrivere e scrivere ancora ( sempre in italiano, qualcuno dirà che è ignoranza, ed effettivamente non posso dargli tutti i torti essendo che parlo l’inglese pressochè come il turco, ma principalmente lo faccio perché sono dell’idea che a scrivere in una lingua che non è la propria si perda molto ), a provare e riprovare, girare e rigirare accordi, a incazzarmi come una iena sui soliti barrè che non fan presa. E via via, pian piano, tutto ha preso a girare: l’indice si serra e il fa e il si cominciano a venire, ciò che scrivo ( musica e parole ) inizia a soddisfarmi e la voce si adagia sempre di più su una chitarra che gratta meno e, come un’amante gelosa, la segue, cerca nuovi percorsi e nuove strade, si fa spazio balzellando sulle sue corde.

E così, ( e ne è passata di acqua sotto i ponti ), tra un verso ed un accordo ( dopo sette anni ancora lì sto ), ho cominciato a prendere più seriamente la questione e oramai, quasi un paio di anni fa, ha preso a gonfiarsi in me il desiderio ( che in realtà è sempre stato presente fin da principio ) di far conoscere le mie storie agli altri. Sapendo di dover partire da zero ero inizialmente preda di un vago senso di impotenza e non avevo la minima idea di dove andare a sbattere la testa, ma poi, ( anche grazie allo scorpione che è in me, o cosi dicono fior fior di astrologi ) mi sono rimboccato le maniche e mi sono detto che avrei dovuto far qualcosa, qualunque cosa essa fosse per uscire dal mio “guscio artistico”. Sulla scorta di quest’epica autoimposizione ( e qui di solito uno si aspetta eroiche imprese ) non sono però riuscito a giungere a nulla ( scusate la delusione ) e ho dovuto così aspettare qualche mese prima che il destino, nel gennaio del 2006, riportasse sulla mia strada un amico di vecchia data: Andrea Ceraso. Non sapendo che si era appena sciolto il gruppo in cui suonava gli ho accennato dei miei pezzi e dell’idea di “metterne su” sei o sette a due chitarre ( in prospettiva della registrazione di una demo ) con poca convinzione riguardo un suo sì. Ed invece, anche per il recente scioglimento del gruppo che “incrementava” il suo tempo libero, si è subito mostrato interessato alla cosa ed ha accettato di buon grado: abbiamo così iniziato a provare nel garage di un amico che ci ha fatto da salotto per un anno e qualche mese, il tempo che ci ha messo il progetto a scemare pian piano fino a spegnersi definitivamente, principalmente, credo, per una diversità di vedute in fatto musicale, che ha sempre minato, fin da pricipio, la stabilità dell’ “impresa”.

Dopo questa esperienza ( che per altro ricordo con un po’ di malinconia, come primo passo su una strada che ancora adesso non è che agli inizi e che solo ora si sta rischiarando un poco ) è venuto l’amaro della delusione, una disillusione ben mascherata a me stesso quanto salda. Ed è proprio in questo periodo grigio (  perlomeno per quel che riguarda la musica ) che la fortuna si è rifatta viva e mi ha presentato il chitarrista Leonardo Rinaudo ( detto Adiabatico ) con cui ho deciso di incrociare la mia chitarra ( e viceversa ) al fine di far conoscere le mie canzoni al pubblico. L’ impostazione è semplice: la mia chitarra a dettare la ritmica principale e quella di Leo a rifinire ed abbellire la sonorità generale ed a creare invenzioni timbriche adatte a quello che voglio comunicare, a far parlare alla chitarra il dialetto delle mie storie, che ( sopra a tutto questo ambaradan musicale tecnicamente disquisito ) la mia voce racconta. Lo stile è quello tipico del genere: si va dai ritmi più popolari alle ballate, ( in un “rustico” duo acustico od accompagnati da una band ), condimento essenziale per un menestrello che si rispetti! Anche, se forse( e purtroppo ), non troppo al passo coi tempi. Il 2008 ha portato poi una felice novità, ovvero la presenza del grandissimo fisarmonicista Cristian Botta che ha arricchito ulteriormente il sound Raimondi.

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